Martedì, 23 Febbraio 2016 09:09

USA, svolta nella politica ambientale e energetica

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Di Marzio Galeotti


Più o meno nel momento in cui Barack Obama cominciava il suo primo mandato presidenziale e la crisi finanziaria investiva l’intera economia, nel mondo dell’energia avveniva un

fatto che ha segnato un’epoca, la “shale revolution”, destinata a cambiare la geopolitica dell’energia in maniera forse permanente. Nel periodo 2008-2014 la produzione statunitense di petrolio è passata da 5 milioni di barili/giorno (mbd) a quasi 9, ma mentre quella convenzionale è rimasta invariata quella da “tight oil” è passata da 1 a 4 mbd. Entro un paio d’anni gli USA supereranno Russia ed Arabia Saudita per riprendersi il titolo di primo produttore mondiale ceduto negli anni ’80. Contestualmente il gas di scisto (“shale”) è passato da 10% al 40% del gas totale estratto dal sottosuolo statunitense.

La “shale revolution” è un fenomeno tutto americano, risultato di una felice combinazione di progressi tecnologici nelle tecniche di estrazione – l’ormai famoso “fracking” – di alti prezzi iniziali di petrolio e gas, di presenza diffusa di imprese indipendenti tradizionalmente operanti nel settore degli idrocarburi e di un quadro normativo unico che attribuisce ai proprietari dei terreni anche i diritti minerari sugli stessi.

Questa enorme disponibilità addizionale di risorse energetiche domestiche ha avuto per gli Usa, e per il resto del mondo, importanti effetti. Essa ha anzitutto ridotto significativamente la dipendenza energetica soprattutto dal mondo arabo e dall’America latina, con importazioni nette di petrolio scese dalla punta di 10 mbd del 2010 ai 4 attuali. Ha inoltre prodotto una significativa riduzione dei prezzi interni del gas generando una crescente sostituzione del carbone con tale fonte nella generazione di elettricità, con positive conseguenze per le emissioni di gas clima-alteranti. Le minori importazioni di petrolio hanno contribuito all’eccesso di offerta sul mercato internazionale che ha innescato la riduzione successiva del prezzo del petrolio.

Durante gli anni della presidenza Obama i consumi primari di energia degli Stati Uniti sono diminuiti dell’1% a fronte di una riduzione delle emissioni di anidride carbonica del 12%. Queste sono ritornate ai livelli del 1995 dopo un picco raggiunto nel 2007. La produzione di elettricità è la componente principale dei consumi energetici (37%) e la principale fonte di emissioni di CO2, seguita dai trasporti che assorbono il 28% dei consumi di energia, quasi interamente petrolio. Nel mix energetico della generazione elettrica si sono registrati i maggiori cambiamenti: l’uso del carbone è sceso di nove punti dal 48% al 39%, mentre il gas è salito dal 22% al 27%. Se il peso del nucleare, poi, è rimasto invariato, le nuove rinnovabili – solare e eolico – raddoppiano di importanza passando dal 3% al 6%.

Non è naturalmente facile individuare in queste tendenze il risultato dell’azione politica del presidente Obama in campo energetico e ambientale. Nonostante le promesse misure di lotta all’effetto serra e per la riduzione della dipendenza energetica contenute nel programma elettorale, il primo mandato presidenziale si è rivelato assai più timido del secondo. Forse riforma sanitaria e lotta ai cambiamenti climatici erano dossier troppo difficili da portare avanti congiuntamente. Da menzionare tuttavia il pacchetto di “misure verdi” contenute nell’”American Recovery and Reinvestment Act” del 2009, pari a 112 miliardi di dollari o al 12% dell’intervento complessivo di contrasto della crisi economica. È stato però nel corso del secondo mandato che Barack Obama ha progressivamente affermato la sua determinazione a imprimere una svolta, sia interna che esterna, alla politica energetica e del  clima. Nel novembre del 2014 al termine del vertice Apec, il presidente annunciava a sorpresa (sembra dopo mesi di trattative segrete) un accordo con il presidente cinese Xi Jinping secondo cui i due paesi ridurranno le proprie emissioni di gas-serra di circa un terzo nei prossimi due decenni. In particolare, gli Usa ridurrebbero le emissioni del 26-28% entro il 2025 relativamente ai livelli del 2005 con una netta accelerazione rispetto al livello precedentemente dichiarato del 17%. Questo è stato poi l’obiettivo contenuto dall’INDC statunitense comunicato all’ONU in vista della COP21, il vertice sul clima di Parigi dello scorso novembre. Come ulteriore elemento della sua volontà di lasciare il segno in questo campo, all’inizio di agosto 2015 Obama presentava a sorpresa il Clean Power Plan, un piano molto articolato per l’energia elettrica pulita teso a ridurre le emissioni del 32% rispetto ai livelli del 2005 entro il 2030, piano che riguarda essenzialmente le centrali a carbone.

Un ultimo atto, per certi aspetti simbolico, che val la pena citare è la bocciatura definitiva da parte del presidente del progetto di ampliamento dell’oleodotto, cosiddetto Keystone XL, che porta il petrolio delle “tar sands” canadesi dell’Alberta alle raffinerie del Golfo del Messico. Si tratta di un progetto che a lungo ha diviso l’opinione pubblica non solo Nordamericana e sul cui merito già alla vigilia delle elezioni del 2012 Obama aveva già “deciso di non decidere”.

Tentando un bilancio della presidenza Obama, si può dire che gli effetti delle decisioni presidenziali si dovranno vedere più nel futuro, anche prossimo, che nel presente. Se oggi il contenimento delle emissioni statunitensi è sicuramente in buona parte il risultato della progressiva sostituzione del carbone con il gas determinato dalla “shale revolution”, per il domani i target di riduzione introdotti nel corso dell’ultimo biennio dispiegheranno i loro positivi effetti.

Non va dimenticato però che la lotta al riscaldamento globale richiede il concorso di tutti i paesi, la buona volontà di uno solo certamente non basta. Non va nemmeno dimenticato che gli Usa restano il secondo paese al mondo per emissioni assolute di CO2 – dopo la Cina – ma il primo su base procapite. Molto dipenderà dalla prevedibile ripresa economica e dei consumi di energia, come dall’andamento del prezzo del petrolio in relazione alle sorti dei produttori statunitensi di shale gas e oil e alla politica “low for longer” perseguita dall’Arabia Saudita. Il tutto inserito in un’onda di transizione tecnologica in atto da diversi anni determinata dai prezzi dell’energia e dalla lotta all’inquinamento anche locale, cui gli Usa non sono comunque estranei.

Ma la sostenibilità futura del grande paese americano, e anche del mondo, dipenderà in maniera importante dal successore di Obama, anche se l’attuale presidente ha avuto il merito di cambiare l’atteggiamento del proprio paese al tavolo del negoziato sul clima e tutto fa pensare che lascerà un’importante eredità.

 

Marzio Galeotti, Professor of Environmental and Energy Economics, Università degli Studi di Milano e Research Fellow presso Istituto di Economia delle Fonti di Energia, Università Bocconi 


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1 commento

  • Link al commento Dol33larGypeQV Domenica, 13 Agosto 2017 02:36 inviato da Dol33larGypeQV

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