Giovedì, 18 Febbraio 2016 14:00

La battaglia per Sana’a e i quattro Yemen

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La battaglia per lo Yemen sta arrivando nella capitale: l’esercito regolare è alle porte di Sana’a, da oltre un anno sotto il controllo dei miliziani sciiti, ovvero gli insorti settentrionali di

Ansarullah (gli houthi) e i sostenitori dell’ex presidente Ali Abdullah Saleh.

Il distretto della capitale – territorio prevalentemente montuoso – è da settimane al centro dello scontro bellico: con l’appoggio di alcune tribù locali, l’esercito ha riguadagnato posizioni decisive, come il complesso militare del distretto est di Nihm, già campo della Guardia repubblicana. Questo corpo d’élite, sciolto nel 2012 dal presidente ad interim Abd Rabbu Mansur Hadi, è rimasto in larga parte fedele all’ex presidente Saleh. L’esercito sta concentrando uomini e mezzi nel Mareb, a est di Sana’a, per preparare l’ingresso nella capitale, rallentato però dalla necessità di rimuovere le tante mine depositate dai miliziani sciiti.

Ci sono almeno tre fattori che stanno ora accelerando, dopo mesi di stallo, la progressione dei lealisti – appoggiati da pesanti bombardamenti sauditi ed emiratini – verso la capitale. Nella provincia di Sana’a, alcuni reparti fedeli a Saleh hanno abbandonato gli houthi e fatto ritorno sotto le insegne governative, mentre i miliziani sciiti si sono arroccati dentro la città e ai suoi ingressi, liberando i distretti limitrofi, per lo più abitati da clan tribali sostenitori del partito Islah (Fratelli musulmani e salafiti locali).

Recuperare la capitale occupata avrebbe, per i filo-governativi, un alto valore simbolico e militare: ma sarà tutt’altro che semplice. A differenza di Aden, strappata agli sciiti quest’estate, Sana’a rappresenta l’ultimo bastione degli insorti, oltre a essere il cuore politico, tribale e militare del potere neo-patrimoniale che fa ancora capo alla famiglia Saleh.

Le defezioni nel fronte houthi-Saleh evidenziano quanto quest’alleanza non si fondi sull’ideologia, ma sul contrasto alla nuova oligarchia Hadi-Islah e sulla difesa degli interessi delle terre del nord. In un tessuto tribale dove le alleanze sono estremamente fluide, gli uomini di Saleh non si fidano dei miliziani houthi e vogliono continuare a dominare le reti di clientela militare; dal canto suo, Ansarullah non ha mai dimenticato che fu l’ex regime a ingaggiare sei battaglie contro la roccaforte di Sa’ada e a uccidere il leader fondatore del movimento, Hussein al-Houthi.

Se gli equilibri di forza militari si spostassero, con maggior nettezza, in favore dell’esercito regolare, queste tensioni potrebbero divenire evidenti.

D’altronde, è stato l’intervento militare guidato dall’Arabia Saudita a rinsaldare questa strana alleanza fra ex nemici. Per esempio, prima che i sauditi cominciassero a bombardare, militari fedeli a Saleh si rifiutarono di consegnare le armi alla milizia di Ansarullah nel campo, già della Guardia repubblicana, di Raymat al-Humayd, roccaforte dell’ex presidente a nord di Sana’a.

Di certo, dalle macerie di questa guerra stanno emergendo almeno “quattro Yemen”: la ricomposizione istituzionale del paese sarà dunque difficilissima, anche se vi fosse una chiara vittoria militare di una fazione sull’altra (ipotesi al momento improbabile).

Ci sono le terre del nord come Sa’ada, la roccaforte del movimento houthi. Qui, nei territori che lambiscono il confine con l’Arabia Saudita, la milizia sciita esercitava l’autogoverno da anni; da qui, gli houthi adesso lanciano, grazie all’expertise degli ex militari di Saleh, missili Scud in territorio saudita (che hanno causato almeno novanta morti fra civili e militari). Dopo le proteste del 2011 e le dimissioni del presidente Saleh, Ansarullah ha  potuto avanzare territorialmente, coniugando uso delle armi e alleanze tribali.

Vi è poi lo Yemen conteso. Nonostante la fazione Hadi-Islah recuperi zone strategiche sulla costa occidentale, come la città di Midi, gran parte dell’ovest yemenita è ancora controllato dai miliziani sciiti, così come alcuni governatorati centrali (vedi al-Bayda). Pertanto, le aree in bilico fra insorti e filogovernativi sono ancora molte: oltre alla capitale Sana’a, la città di Ta’izz, snodo fondamentale per il Mar rosso, è sotto assedio da mesi e vive una grave crisi umanitaria.

C’è lo Yemen delle milizie jihadiste, favorite  dal vuoto di potere centrale e dalla penetrazione degli insorti nordisti a sud: al-Qaida nella Penisola arabica (Aqap) e l’affiliata Ansar al-Sharia, fortemente radicate, ma anche le wilayat yemenite del sedicente Stato Islamico. Oggi Aqap controlla tutte le città che esercito e comitati popolari, con la copertura dei droni Usa, avevano recuperato fra il 2012-14: Jaar, Zinjibar, Azzan, Mahfad, (governatorato di Abyan). Con l’appoggio delle tribù locali, i qaidisti amministrano Mukalla e, sempre in Hadramout, puntano alle rotte interne del contrabbando.

La competizione intra-jihadista in Yemen ha luogo anche nella “liberata” Aden, dove gli attacchi rivendicati da Aqap/Is sono ormai quotidiani. Infatti, dopo la ritirata degli insorti, le istituzioni governative stanno fallendo la stabilizzazione della città portuale, in cui anche le milizie della Resistenza Popolare (che comprende il Movimento Meridionale, ovvero al-Hirak al-Janubi, più  clan separatisti) combattono, contro Hadi, per l’autonomia del sud.

Vi è dunque anche lo Yemen delle tante tribù meridionali che, deluse da decenni di malgoverno centrale, aspirano all’autonomia e/o alla secessione da Sana’a: obiettivi rivitalizzati dal contesto anarchico della guerra civile. Il Movimento meridionale è il principale promotore di quest’istanza, ma non l’unico. Per esempio, l’identità hadhrami è sempre stata forte e desiderosa di riconoscimento; in al-Mahra, regione marginalizzata dal centro del potere, al confine con l’Oman, gli shuyyukh rigettano le sirene islamiste ma rispolverano le bandiere del sultanato pre-britannico. Persino nell’arcipelago della biodiversità di Socotra (50 mila abitanti) si è manifestato e ci si interroga su quale forma dare alla rappresentanza politica.

Pertanto, in questo quadro frammentato, l’esito della battaglia per Sana’a, seppur importante, rischia di non essere comunque decisivo per il futuro politico dello Yemen. Nel frattempo, l’embargo imposto dalla coalizione saudita sta soffocando ciò che resta dell’economia locale, favorendo l’opacità delle reti informali.

Perché Sana’a è oggi la capitale di uno stato la cui sovranità è già stata erosa, fino a frantumarsi in micro-poteri tribali e/o regionali tra loro in competizione. E a ciò sta molto contribuendo la “guerra fredda mediorientale” tra Arabia Saudita e Iran, che in Yemen ha – insieme alla Siria – il suo principale teatro.

Eleonora Ardemagni, analista di relazioni internazionali del Medio Oriente. Gulf Analyst per la Nato Defense College Foundation.

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