Domenica, 14 Febbraio 2016 11:09

Papa Francesco rompe l’embargo dell’Occidente contro la Russia

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Papa Francesco e il patriarca di Mosca Kirill si sono parlati a Cuba: una prima assoluta nella storia. I capi religiosi della “prima” e della “terza Roma” non si erano mai

visti, in 1000 e più anni.

Il risvolto geopolitico dell’incontro è chiaro: Papa Francesco riconosce la centralità della chiesa russa e della Russia in generale. Rompe così l’embargo occidentale attorno a Mosca, da lui ritenuta e proposta come attore ineludibile.


Dalla fine della Guerra Fredda, le relazioni tra Occidente e Russia non sono mai state così basse, fredde, contrastate. Gli ultimi contenziosi sono davanti ai nostri occhi: guerra in Ucraina, annessione della Crimea, crisi in Medio Oriente, intervento in Siria… Su ogni dossier c’è divario, incomprensione, distacco.


Non è una vicenda nuova, anzi la storia – tristemente –  si ripete. Europa prima, Occidente poi: da sempre comprendere la Russia sembra impresa ardua e impossibile. Lo stesso si può dire dell’altra parte. C’è un misto storico di diffidenza e di paura da entrambi i lati che crea un velo. Malgrado la comunanza culturale, tra Russia e Occidente non c’è amore.


Provate a leggere Crimea – l’ultima crociata di Orlando Figes; vi verranno i brividi. Non si tratta della guerra attuale ma di quella del 1853, eppure non è cambiato niente. Gli storici mi scuseranno tali accostamenti ovviamente semplificati, ma qui si tratta di un filo rosso storico di lunga durata.


Primo esempio di guerra moderna combattuta con nuove tecnologie, preludio della Prima guerra mondiale per le sue trincee, questo conflitto della metà del XIX° secolo fu una tipica guerra “inutile” (come molte recenti): non diede risultati pratici se non quello di allontanare ancor più Russia ed Europa.


Al centro, allora come ora, la Turchia e il Medio Oriente, la tensione tra Mosca e Costantinopoli (oggi Ankara), l’interesse russo di essere un attore nel Mediterraneo, la paura russa di vedere penetrare nelle terre caucasiche l’influenza musulmana (oggi diremmo fondamentalista), il riordino dei Balcani (dove ognuno ha una sua idea e la convivenza è sempre difficile), la difesa dei cristiani d’Oriente (e tutta la simbologia che ciò si tira dietro), lo schierarsi dell’Europa Occidentale (Gran Bretagna e Francia per prime) con la Turchia per “paura della Russia”, considerata potenza “semiasiatica” (oggi diremmo per paura di Putin) ….


Leggiamo Figes: “la guerra di Crimea… lasciò nei russi un profondo risentimento nei confronti dell’Occidente, la sensazione di un tradimento da parte degli altri Stati cristiani che si erano schierati con i turchi…”. Sembra parlare dell’oggi, mutatis mutandis.


Naturalmente non c’é amore per i turchi: contava – e conta – molto di più la diffidenza tra le due parti, la rivalità tra cattolici e ortodossi (come abbiamo visto in ex Jugoslavia), il continuo risorgere del sentimento religioso che – altro parallelo – già all’epoca le elite si sforzano di tralasciare ma che rispunta continuamente, anche sulla stampa (mentre i russi sanno maneggiarlo meglio).


La storia si ripete con impressionante precisione: vent’anni circa prima della guerra di Crimea, erano già in atto gli interessi che la scatenarono. Nel 1838 gli inglesi avevano occupato l’Afghanistan per contrastare la “minaccia russa”, ma erano stati costretti a ritirasi nel 1842 in seguito a ribellioni tribali che avevano sconfitto le loro truppe (vi ricorda qualcosa?). Questo lascia un vulnus nelle relazioni com’è accaduto tra 1979 e 1989, tra l’altro con la medesima conseguenza di vedere il sonnacchioso Afghanistan divenire il centro di ribellioni di ogni tipo.


Quello del 1853 fu un sanguinoso scontro diretto tra francesi, inglesi (alla fine anche piemontesi) da una parte e russi dall’altra. La Crimea fu persa da Mosca per alcuni anni, per poi essere ripresa rapidamente. Tanti morti per nulla. La lettura che se ne diede in Europa Occidentale si concentrò sulla fabbricazione di una minaccia (il solito orso russo), costruita secondo i propri schemi, senza nulla capire della percezione russa delle medesime vicende.


Allora come ora non c’è alcuna comprensione dell’animo russo, dei sentimenti religiosi e patriottici russi, che vengono letti in chiave astratta e arida, secondo criteri inutilizzabili per quella cultura. Insomma: l’Europa allora non capì – come oggi non capisce- nulla di Russia per ignoranza, arroganza, autoreferenzialità.


Lo stesso si può dire in senso inverso. Anche da parte di Mosca vi furono errori dello stesso tipo, pregiudizi dello stesso genere: in particolare testardaggine nell’immaginare soluzioni solo attraverso la forza militare, che immancabilmente si ritorse contro chi la intraprese.


Sembra quindi che non riusciamo da troppo tempo a parlarci, a intenderci.


Come dice l’autore, la guerra fu anche una “crociata”, questa volta tra europei. Nella laicissima Francia di metà Ottocento, si utilizzò sui giornali una propaganda di guerra di tipo religioso, riscoprendo il titolo di “fille ainée de l’Eglise”, contro una “Russia che non partecipò alle crociate” (quelle vere): una traditrice insomma.


Così a Londra i compassatissimi giornali dell’epoca riferiscono, con forti accenti religiosi, di una Russia “semicristiana e barbara”, mentre Costantinopoli è descritta con simpatia esotica. Fu, come dice Figes, “il primo conflitto nella storia causato dalle pressioni della stampa e dell’opinione pubblica…in grado probabilmente di mettere in secondo piano l’autorevolezza del Parlamento e dello stesso gabinetto dei Ministri”.


Il leitmotiv della propaganda antirussa che contagiò la stampa inglese era: “la crociata della civiltà contro la barbarie”, con elucubrazioni sul fatto che gli ottomani presto sarebbero divenuti tutti anglicani e protestanti, mentre l’ortodossia significava “oscurantismo”. Per l’occasione si sopiscono i temi anti-cattolici, visto che Parigi è alleata.


Presi in questa tenaglia, i turchi si barcamenano per sopravvivere, tra utilizzo del “jihad” tra le popolazioni caucasiche in funzione anti-russa e resistenza nazionale in Anatolia e nei Balcani, senza una vera visione di prospettiva politica. Anche se oggi non esiste più l’impero Ottomano, la storia rischia di replicarsi perfino su tale versante.


A leggere il bellissimo e illuminante Crimea di Figes, si resta impressionati da come non impariamo niente dalla storia e dagli errori fatti. Lo storico non parla del presente, si limita a raccontare ciò che accadde all’epoca. Tuttavia certe pagine si possono applicare all’oggi, senza cambiare una sola virgola.


La guerra del 1853-56 fu tante cose, anche la prima guerra fotografata e stabilmente seguita da corrispondenti di guerra. Ciò ebbe un impatto notevole sul grande pubblico europeo, che la seguì quotidianamente. Ovviamente, visto che si trattò di una guerra lunga e con molte perdite (la maggioranza delle quali non in combattimento ma per epidemie, malattie, clima atmosferico e situazione logistiche spaventose), i giornali che l’avevano voluta cambiarono rapidamente posizione, spesso condannandola o chiamandola “inutile”.


Ma poi per gli europei arrivarono “vittoria” (caduta di Sebastopoli), veloci celebrazioni e frettolose sfilate. Tutto fu rapidamente archiviato, fissandolo soltanto sui nomi di strade e piazze a Londra e Parigi.


Nessuno si curò di capire come il conflitto fu vissuto da Mosca e dalla sterminata popolazione contadina russa, molto credente. Nessuno analizzò il potenziale del patriottismo russo ferito, la sua base religiosa, il senso di accerchiamento e le possibili conseguenze. A Mosca fu imposto un disarmo umiliante. Fu la prima volta nella politica europea: non era accaduto nemmeno dopo le guerre napoleoniche. Gli unici a guadagnarci realmente qualcosa come sappiamo furono i piemontesi, giunti verso la fine, abbastanza per farsi riconoscere la sovranità sul resto d’Italia, a scapito degli Asburgo che non intervennero.


Una delle più orribili conseguenze del conflitto furono i massacri di cristiani d’Oriente nelle zone di guerra, in particolare nei Balcani e nel Caucaso contesi, tra avanzate e ritirate degli eserciti. Un fenomeno purtroppo endemico, che giunse fino al genocidio del 1915 e che continua tutt’ora: ogni volta che c’è una guerra, cristiani e minoranze pagano il prezzo più caro.


Mentre in Occidente l’eco della guerra fu presto rimosso, a Mosca se ne parlò a lungo.Tolstoj se ne fece portavoce con “I racconti di Sebastopoli”. Molto cambiò in Russia, ma soprattutto il risentimento crebbe a dismisura. I panslavisti divennero più forti e la divaricazione tra Russia ed Europa si aggravò.


La sconfitta fu vissuta come una “vittoria morale”, trasformando la battaglia di Sebastopoli in un’epopea russa, un mito patriottico, quanto nessuno aveva previsto. La Crimea perse paradossalmente tutti i suoi abitanti tatari musulmani originari, spostati durante i combattimenti, e – complice la veloce smobilitazione europea- si russificò totalmente. Oggi è considerata ancora “terra sacra” dai russi. Ciò ci fa capire meglio quello che è accaduto più di recente.


Per tutto questo, e molto altro, l’incontro tra Francesco e Kirill è così importante: il papa sembra l’unico a capire l’animo russo, la sua spiritualità e il suo sentimento nazionale.


Nel testo congiunto si parla di dialogo interreligioso, di pace tra le chiese e di pace in Ucraina: per i russi si tratta di temi molto importanti, non formali. I due leader affermano: “non siamo concorrenti ma fratelli”, anche se per ricostruire l’unità è stato necessario vedersi nel Nuovo mondo, “lontano dalle antiche contese del Vecchio Mondo”.


Per ritrovare un terreno comune, i due capi di chiesa hanno dovuto risalire – scrivono – alla “comune tradizione spirituale del primo millennio del cristianesimo”, cioè molto più indietro. Assieme si impegnano in difesa dei cristiani d’Oriente, per la pace in Siria e Medio Oriente (fatto molto importante vista l’influenza che ciò può avere sulle posizioni di Putin).


Affermano la centralità del dialogo interreligioso (ancora una novità per la chiesa russa) e della carità concreta nelle relazioni tra chiese. Cruciale anche, oltre ai più tipici riferimenti ai rifugiati, alla famiglia, alla difesa della vita, l’evocazione delle tensioni tra greco-cattolici e ortodossi e alla guerra in Ucraina.


“Deploriamo lo scontro in Ucraina che ha già causato molte vittime” dicono i due leader, invitando le chiese a contribuire alla pace, appello non scontato nel clima arroventato di entrambi i “patriottismi religiosi” del paese. Addirittura si cita lo scisma tra i fedeli ortodossi in Ucraina, una questione finora ritenuta “affare interno ortodosso”.


Il perimetro dei temi trattati da Francesco e Kirill è ampio e sorprendente: avrà molti effetti positivi, che avverranno tuttavia con il passo delle Chiese. In ogni caso ha molta più influenza questo storico incontro rispetto a tutto il gesticolare politico degli ultimi tempi.


Per fare buona politica ci vuole cultura; per incontrare l’altro occorre conoscerlo per come egli è, non per come vorremmo che fosse.

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