Giovedì, 11 Febbraio 2016 14:12

L’Est Europa pronto a dar battaglia a Bruxelles su migrazione e lotta al terrorismo

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Appare sempre più evidente la convergenza di punti di vista tra Budapest e Varsavia nel campo dei rapporti con l’Ue e in quello della gestione dei flussi migratori che stanno mettendo

a dura prova la comunità internazionale. Per il primo ministro ungherese Viktor Orbán e per il suo omologo polacco, Beata Szydło, occorre chiudere i confini meridionali dell’area Schengen e bloccare l’imponente ondata migratoria verso l’Europa. Secondo Orbán “finché i dirigenti dell’Ue non saranno in grado di farlo la crisi è destinata a continuare e a diventare sempre più grave”.

I due paesi si trovano d’accordo anche sul fronte Brexit e assicurano pieno sostegno alle richieste di riforme da parte del Regno Unito.

La crisi migranti è al centro del vertice straordinario di lunedì 15 febbraio a Praga, al quale è prevista anche la partecipazione delle autorità di Bulgaria e Macedonia. L’occasione darà modo ai paesi del Gruppo di formalizzare una posizione comune con la quale presentarsi al successivo summit europeo. I Quattro condividono di fatto la necessità di un sempre più severo controllo delle frontiere. Per il ministro degli Esteri ceco Lubomír Zaorálek, di recente in visita a Skopje, sorvegliare la cosiddetta “rotta balcanica” è di interesse fondamentale per la Repubblica Ceca. Risulta significativa, sul piano dei timori diffusi nell’area europea centro-orientale, la denuncia del poliziotto ceco Martin Herzán, ex membro della Commissione governativa del suo paese per i diritti umani, il quale è da poco rientrato a casa dopo aver trascorso sei settimane in missione nel campo profughi sloveno di Dobova, al confine con la Croazia. Herzán ha sottolineato l’inefficienza dei controlli e la facilità con la quale “pericolosi estremisti islamici” arrivano in Europa. Le sue dichiarazioni hanno suscitato le polemiche delle autorità slovene che hanno messo in dubbio quanto riferito dal poliziotto il quale avrebbe consegnato a dei giornalisti suoi connazionali le prove scritte, fotografate e filmate delle sue affermazioni.

Intanto, di recente, il governo ceco ha deciso di adottare una politica di sicurezza con una scala che rappresenta l’entità di possibili minacce terroristiche in base alla quale dar luogo a dei provvedimenti particolari: il livello di minaccia più basso sarà rappresentato dallo zero, mentre gli altri verranno contrassegnati da triangoli colorati di giallo, arancione e rosso, in ordine di pericolo crescente. Il rosso farebbe scattare il massimo grado di allerta.

Nello stesso momento in cui Praga decide di esprimere cromaticamente le sue paure, il primo ministro ungherese Orbán annuncia di temere attacchi terroristici. È successo di recente nel corso dell’intervista settimanale rilasciata alla radio pubblica. Nella circostanza il premier ha ammesso i suoi timori e precisato di volere che il suo governo sia dotato di poteri speciali per affrontare una minaccia a suo dire, concreta.

In presenza di informazioni su possibili attentati in preparazione l’esecutivo potrebbe dichiarare lo stato di emergenza e il coprifuoco, decidere di bloccare trasmissioni radiotelevisive, spegnere Internet, disporre perquisizioni domiciliari anche senza mandato e arrivare ad effettuare anche degli arresti. Tutto ciò se gli venissero attribuiti poteri speciali. A questo proposito il Fidesz, partito guida del governo, ha presentato in Parlamento una proposta di legge contenente una modifica costituzionale. Di fatto, però, le forze governative non dispongono più della maggioranza parlamentare di due terzi e l’opposizione di centro-sinistra  considera inopportuno dar loro poteri eccezionali col pretesto della sicurezza nazionale e della minaccia terroristica. Gli avversari di Orbán non hanno quindi intenzione di votare questa proposta di legge e il premier ha dichiarato alla radio l’intenzione di dar luogo ad un referendum popolare per avere la meglio sull’opposizione.

Il rischio di attentati terroristici è avvertito come un pericolo concreto dai paesi del V4 che intendono sottolineare l’inefficienza delle politiche comunitarie sul fronte dell’immigrazione e proporre una strada da seguire per la sicurezza del Continente. La sensazione è che, loro preoccupazioni a parte, gli stati in questione avvertano in modo chiaro lo stato di debolezza crescente dell’Ue e vogliano approfittarne per realizzare una sorta di rivincita della periferia nei confronti del centro rappresentato da Bruxelles. Il loro messaggio sembra proprio essere sempre più “basta con la tecnocrazia pesante e sterile dell’Ue, basta con l’inadeguatezza delle sue politiche che non tutelano i cittadini comunitari e ignorano volutamente le esigenze specifiche dei paesi membri”.

Massimo Congiugiornalista e direttore dell'Osservatorio Sociale Mitteleuropeo

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