Giovedì, 11 Febbraio 2016 13:10

Nuove geometrie in America Latina

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L’America Latina sta cambiando volto. 


Novità e segnali all’inizio impercettibili sono diventati negli ultimi tempi sempre più chiari.


Il panorama politico ed economico dell’emisfero occidentale dal Río Bravo (o Río Grande, il fiume

alla frontiera tra Usa e Messico) fino alla Terra del Fuoco è oggi sensibilmente diverso rispetto a pochi anni fa.

La novità più importante è il declino dell’asse bolivariano guidato da Hugo Chávez fino alla sua morte, il 5 marzo 2013. Il presidente del Venezuela voleva fare di Caracas una potenza regionale con proiezione mondiale, puntando sull’ampia disponibilità di petrolio e sull’alleanza con la Cuba dei fratelli Castro, padrini (se non patroni) ideologici dell’Alba.


Il calo, poi diventato crollo, del prezzo del petrolio, aveva determinato il minore attivismo internazionale del Venezuela già negli ultimi anni di vita di un Chávez ormai malato. Il suo successore, Nicolás Maduro, ha ereditato le criticità economiche, politiche e sociali del quindicennio chavista senza però ereditare il carisma e la statura internazionale di Hugo.


Oro nero ai minimi, impopolarità e tensioni politiche interne (destinate a esacerbarsi dopo la vittoria dell’opposizioni anti-chavista alle elezioni parlamentari di dicembre 2015) hanno costretto Caracas a ridurre la propria esposizione internazionale e con essa i generosi sussidi elargiti agli alleati tramite – ad esempio – PetroCaribe.


Cuba ha preso atto delle difficoltà del Venezuela e ha iniziato un riavvicinamento agli Stati Uniti mediato da papa Francesco e culminato nell’estate 2015 nella riapertura delle rispettive ambasciate.


L’embargo statunitense verso L’Avana non è stato rimosso e difficilmente lo sarà a breve: è una decisione che spetta al Congresso, non a un presidente Obama che a gennaio 2017 finirà il mandato. Il disgelo con Washington sta comunque avendo una positiva ricaduta sull’isola, che anche agli occhi dei paesi (e degli investitori) europei non è più uno Stato-paria.


Il regime comunista dei fratelli Castro è quindi riuscito nuovamente ad assicurare un sostegno internazionale alla propria economia, oggetto quest’ultima di aperture che sembrano al momento escluse nel campo politico.


Il calo del prezzo delle materie prime non ha colpito solo il Venezuela e i suoi alleati più stretti, tra cui in particolare l’Ecuador che quest’anno (in base alle previsioni della Cepal da cui sono tratti tutti i dati economici della carta) dovrebbe crescere dello zerovirgola. Ha colpito praticamente tutti i paesi sudamericani, che hanno nell’esportazione delle commodities il loro punto di forza – e di debolezza.


Alla riduzione delle risorse disponibili corrispondono le sconfitte eletttorali dei protagonisti di quella che a inizio decennio era stata battezzata “la svolta a sinistra” del Sudamerica. È il caso già citato del blocco chavista nelle parlamentari in Venezuela o dell’Argentina, dove si è chiusa l’éra Kirchner ed è tornato alla presidenza un liberale (Mauricio Macri).


Chi non perde le elezioni, come Dilma Rousseff in Brasile (che in teoria rischia di perdere la poltrona a causa di un improbabile impeachment) o Michelle Bachelet in Cile, deve comunque fare i conti con un’economia in recessione o in bassa crescita e una popolarità che segue il deludente andamento del pil.


Mentre Alba e Mercosur scontano le difficoltà politiche ed economiche dei loro membri (e dei partner europei d’Oltreatlantico, nel secondo caso), il raggruppamento latinoamericano in ascesa parrebbe essere l’Alleanza del Pacifico, che al momento comprende Messico, Colombia, Perù e Cile.


Il condizionale è d’obbligo non tanto per i dubbi sull’impegno dei paesi membri quanto per il rallentamento della crescita della Cina, vero obiettivo di questa alleanza. Pechino cresce meno e importa meno. Un problema particolarmente sentito in Perù e Cile, che come il Brasile hanno nell’Impero del centro il loro principale partner commerciale. La Colombia in questi mesi ha un’altra priorità: chiudere il negoziato di pace con la guerriglia marxista-leninista delle Farc.


Nella carta sono rappresentati anche i viaggi di Francesco, il papa argentino che più di una volta è tornato nel continente “alla fine del mondo” dal quale proviene – e che proprio in questi giorni sarà in Messico.


Testo di Niccolò Locatelli.

Carta inedita di Laura Canali

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