Mercoledì, 10 Febbraio 2016 16:12

In Libia, invertire le priorità

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Considerato il pratico fallimento, o, al meglio, la dubbia efficacia del nobile tentativo dellOnu per la costituzione di un improbabile governo unitario, sono in molti coloro che cominciano a pensare che in
Libia sia tempo di invertire le priorit.

In altre parole: primo, debellare lautoproclamatosi stato islamico. Secondo, pensare a un nuovo governo. Il generale Khalifa Belqasim Haftar, luomo pi forte, ma anche il pi discusso del governo di Tobruk, pur sbagliando nei modi ha dimostrato di pensarla cos sin dallinizio della vicenda.

Alla ricerca del tempo perduto
Si dir che il tentativo dellOnu era doveroso, ed vero. Ma, intanto, il tempo passa e in Libia lo stato islamico cresce e si ramifica. Noi, forti del riconoscimento internazionale del governo di Tobruk, abbiamo puntato molto su Haftar, che gi si autodefinisce lAl-Sisi libico e si immagina in doppiopetto grigio.

Ma non cerano alternative: abbiamo cercato, in prima istanza, di tutelare i nostri interessi. Brutta parola, questultima, ma non un peccato e purtroppo non ha sinonimi. vero, forse i due citati personaggi non sono la quintessenza della democrazia, ma, nellattuale situazione, evidente che sarebbe inutile e ridicolo fare gli schizzinosi.

Il premier Renzi, infatti, non lo fa. un pragmatico, e sembra aver gi fatto la sua scelta nel 2014. Per il contrasto dellIsis, confida soprattutto sulla capacit di leadership del generale Haftar, e del suo mentore egiziano.

Sa che dobbiamo crescere, creare lavoro, e che per questo in Libia dobbiamo indurre un minimo di sicurezza e stabilit. Il premier sa anche bene che stabilit e democrazia in certe parti del mondo possono essere conflittuali, e ci che ne consegue a volte pu non essere del tutto appetibile ai nostri delicati palati. E ancora meno a quelli della Ue, che quando manca lacquis ripudia tutto e tutti. Tranne, ovviamente, gli affari. Al momento, in Nord Africa lEgitto e lAlgeria sono i pi importanti mercati italiani, e una Libia stabilizzata potrebbe seguire a ruota.

Un investimento a rischio, ma necessario
Prendere o lasciare. E, soprattutto, evitare di inseguire utopie. Alcuni nostri alleati europei le predicano, ma non le inseguono. Al momento, quindi, questo nostro investimento in fiducia doveroso, sebbene lautoreferenziale Haftar, ma anche Al-Sisi, a casa loro appaiano indigesti a molti.

Quindi, come si fa per ogni investimento ad alto rischio, sar bene rimanere sul chi vive, perch un domani gli interessi potrebbero anche divergere. Ad esempio, sulle autonomie in Cirenaica e, forse, anche sulla forma del futuro stato libico. Ma un rischio che, qualora il risultato del volonteroso tentativo dellOnu dovesse dimostrarsi inefficace, non presenta alternative.

In pi, noto che nel confinante Paese dei Faraoni la caccia senza quartiere ai Fratelli Musulmani sta facendo regredire i pi giovani verso una sorta di clandestinit jihadista che potrebbe rendere loro molto appetibile labbraccio con lIsis libico, e viceversa. chiaro che ci renderebbe ingestibile la situazione in Libia, trascinando nella destabilizzazione anche i confinanti Egitto, Tunisia e, forse, Algeria.

indispensabile un deciso cambio di priorit
Ci significa che tempo di riflettere se si stia sbagliando qualcosa, e sullevenienza che alcune priorit vadano decisamente riviste. Questo, il generale Haftar e il suo mentore egiziano lo hanno intuito da tempo.

C limpressione che anche il nostro premier, nonostante le conferenze che stiamo sponsorizzando e le affermazioni governative riportino ancora un linguaggio politicamente corretto che comincia a sapere di stantio, lo pensi sin dal 2014.

Invece lOccidente, nel suo insieme, continua a trastullarsi con il tentativo dellOnu di stabilire in Libia un improbabile governo unitario, o a proporsi per unilaterali, quanto pericolose, fughe in avanti.

Se poi questo asfittico governo dovesse davvero richiedere - come improvvidamente ci si attende - un intervento occidentale sul terreno, allora finirebbe con il delegittimarsi del tutto e per sempre in casa propria.

Definita come prima priorit la lotta allIsis, dobbiamo anche noi cercare di favorire - magari con una raffinata diplomazia porta a porta - la creazione di una forza di terza che comprenda, con il sostegno egiziano anche in termini di uomini sul terreno, una saldatura tra le forze fedeli a Tobruk, quelle di Misurata e tutte quelle tribali non disponibili a sottomettersi allIsis. Come le milizie di Zliten e, a Ovest e Sud-Ovest, le forze tunisine ed algerine. Forse, questa tela si sta gi tessendo.

Ma bisogna fare presto, perch mentre lOccidente discute patrocinando soluzioni al momento impraticabili, lIsis in Libia cresce, rischiando di portare il contagio sia a Est che a Ovest. Il suo isolamento e distruzione la priorit che pu salvare il Nord Africa, ed in questo che i nostri alleati africani devono dimostrarsi credibili e trovare un ruolo trainante. Ci servirebbe anche a catalizzare una sorta di sinergia delle milizie tribali.

Solo dopo si potr ripensare ad una forma di governo accettabile per tutti. Cercare di farlo oggi, appare una dannosa perdita di tempo. Come la Libia, anche noi non ce lo possiamo permettere.

Ufficiale pilota in congedo dellAeronautica Militare, Mario Arpino collabora come pubblicista a diversi quotidiani e riviste su temi relativi a politica militare, relazioni internazionali e Medioriente. membro del Comitato direttivo dello IAI.

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