Martedì, 09 Febbraio 2016 16:11

New Hampshire: vittorie, strategie e incognite nella corsa alla Casa Bianca

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Al secondo appuntamento delle primarie americane Barnie Sanders e Donald Trump ottengono la vittoria in New Hampshire staccando nettamente gli altri candidati. Con il suo 59,7%, il senatore del Vermont ha

oltre venti punti su Hillary Clinton. Il magnate newyorkese, con il 35,1%, batte John Kasich (16%), Ted Cruz, Jeb Bush e Marco Rubio.

Abbiamo rivolto alcune domande a Erik Jones, professore della John Hopkins University, per un suo commento sui risultati e gli scenari futuri della campagna elettorale.

 

Vittoria di Sanders: perché il senatore del Vermont piace agli americani?

Sanders vince perché riesce a raccogliere i consensi di chi si sente al margine del partito Democratico e di chi, all’interno del partito, vuole esprimere un voto di protesta contro l’establishment, tra cui i giovani. Inoltre, il senatore democratico può contare sui voti di coloro che sono insoddisfatti della politica di Obama giudicata non  abbastanza di sinistra che però rappresentano solo  il 10-15% degli elettori democratici. Infine, nel caso del New Hampshire, Sanders ha ottenuto un risultato straordinario anche perché è molto conosciuto in uno stato confinante con il Vermont, lo stato di cui è senatore. Al Sud sarà diverso perché lì Clinton gode di una popolarità ben maggiore.

I dati dell’Iowa e del New Hampshire non devono però farci perdere di vista le dinamiche dell’elezione del candidato alla Casa Bianca. Sebbene Clinton non stia andando particolarmente bene nelle primarie dobbiamo ricordarci che alla convention di luglio i super delegati, che non sono eletti negli stati, sono in maggioranza a suo favore. Quindi all’ex first lady non serve stravincere, al contrario di Sanders, per guadagnarsi la nomination.

 

Tra i Repubblicani vincono gli outsider mentre i moderati faticano ad emergere. Cosa sta succedendo nel GOP?

Per capire i risultati delle primarie è necessario comprendere come è strutturato l’elettorato repubblicano. Un primo gruppo raccoglie tutti coloro che sono molto critici verso l’establishment, lontani dalle gerarchie del partito e insoddisfatti da molte delle scelte fatte dai loro rappresentanti a Washington. Questo è il bacino di elettori di Donald Trump. Vi è poi un nutrito gruppo di repubblicani molto religiosi e ultra-conservatori che votano per Ted Cruz. E infine vi è il gruppo dei più moderati, diciamo dell’establishment. Questi rappresentano circa il 50% degli elettori del partito, non molto ma comunque più degli altri due gruppi. Il problema è che questi voti vengono dispersi tra almeno tre candidati: Marco Rubio, John Kasich e Jeb Bush. Fino a quando permarrà questa situazione è veramente molto difficile che uno di loro possa emergere. Credo che fino agli inizi di marzo non vedremo mutamenti nello scenario dei Repubblicani: Rubio e Kasich devono ancora misurare le rispettive forze mentre Bush, che tra i tre appare quello più in difficoltà, ha risorse finanziarie sufficienti per continuare anche senza risultati eccellenti. Al momento, la corsa è ancora troppo aperta per definire chi tra loro possa essere il candidato dell’establishment repubblicano.

Una delle opzioni più probabili che si sta facendo largo è la formazione di un ticket tra Kasich e Rubio, con il primo candidato presidente e il secondo vicepresidente. Negli ultimi dibattiti televisivi Rubio ha commesso gravi errori, dovuti principalmente alla sua giovane età, che difficilmente potrà recuperare. Inoltre, per la matematica dei collegi elettorali è molto più importante garantirsi la vittoria in Ohio, di cui Kasich è governatore, che la Florida, del quale Rubio è senatore. Per Rubio quindi potrebbe essere il caso di fare un paso indietro e aspettare che arrivi il suo momento.

 

Cosa aspettarsi per il futuro: cambi di strategia, nuovi candidati, ritiri?

La corsa alla Casa Bianca del 2016 è più aperta e imprevedibile di altre occasioni. In vista dei prossimi appuntamenti non mi aspetto però particolari cambi di strategia. In campo democratico Sanders sta ottenendo ottimi risultati mentre Clinton, che al momento non brilla nelle primarie, ha come obiettivo quello di ottenere un buon numero di delegati eletti dagli stati così da giungere alla convention di luglio come una candidata credibile e ottenere l’appoggio dei super delegati che al momento le sono favorevoli. La situazione potrebbe cambiare se Michael Bloomberg dovesse decidere di scendere in campo. L’ex sindaco di New York ha le risorse economiche e il consenso necessario per mutare lo scenario andando a indebolire in primo luogo la posizione di Clinton.

Non vedo cambi immediati nemmeno in campo repubblicano. Per Cruz, Rubio, Bush e Kasich è ancora troppo presto per valutare le rispettive performance mentre per Trump, che dopo la debacle dell’Iowa, ha doppiato il secondo in New Hampshire, non ha necessità di adattare la propria strategia e rendesi un candidato più “presidenziabile”. Il suo obiettivo, infatti, è vincere il maggior numero di candidati eletti negli stati per poter svolgere il ruolo di king maker nella convention di luglio dove sa di non aver speranze di ottenere anche il voto dei grandi elettori. E fino a quando ci saranno 3 o 4 candidati forti in campo repubblicano è molto probabile che riesca a ottenere il 30-35% dei consensi.

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