Martedì, 09 Febbraio 2016 15:11

Venezuela al collasso, tra crisi economica e conflitto istituzionale

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“Estoy haciendo milagros” (“Sto facendo miracoli”). Così si è espresso il presidente venezuelano Nicolás Maduro, durante il suo primo discorso pronunciato all’Assemblea nazionale del Venezuela lo scorso 15 gennaio. Effettivamente, analizzando

i dati economici, a molti osservatori sembra che il governo bolivariano abbia fatto ricorso a poteri paranormali per riuscire a distruggere l’economia di un paese che conta un numero di riserve petrolifere maggiori di quelle dell’Arabia Saudita.

Il Venezuela sta affrontando la più grave crisi economica della sua storia. Nel 2015 il Pil è stato -7,5% , mentre per il 2016 la previsione è di -8%. E questi sono i dati forniti dal governo. Le stime non ufficiali indicano una situazione peggiore, con una contrazione del tasso di crescita del -10%  nel 2015 e che si ridurrà almeno del -9% nel 2016. Per quanto riguarda l’inflazione, dati ufficiali neanche esistono, dato che l’Instituto Nacional de Estadística de Venezuela ha smesso di pubblicare gli indici inflazionari su ordine dell’esecutivo, così da non dover ammettere la dimensione del disastro. Tuttavia, diversi studi indicano che nel 2015 l’inflazione si è attestata tra il 150% e il 390% – la più alta al mondo –, con forti probabilità che peggiori ulteriormente nel 2016, mentre la disoccupazione ha raggiunto quota 14% e dovrebbe superare il 18% nell’anno in corso.

A differenza di ciò che si potrebbe pensare, il disastro economico venezuelano non è legato al crollo del prezzo del greggio iniziato nel 2014. È iniziato molto prima. Da circa quindici anni il paese registra i più alti tassi di inflazione delle Americhe a causa di una massiccia spesa pubblica, indispensabile per finanziare i programmi assistenziali e populisti di Hugo Chávez. Inoltre, quando il prezzo del petrolio ha raggiunto il suo picco storico nel luglio 2008, le entrate del governo – il 40% delle quali legate direttamente al greggio – erano già in declino. Tutto ciò è ricollegabile essenzialmente al crollo della produzione nazionale1 ed è stato aggravato dalle ingerenze governative per prendere il controllo della statale petrolifera Petróleos de Venezuela (Pdvsa), portando al licenziamento molti ingegneri e tecnici specializzati colpevoli di non appoggiare il regime.

E quando i dollari del petrolio non bastavano più per pagare le spese, il governo ha chiesto prestiti per 45 miliardi di dollari dalla Cina e non ha esitato a stampare tonnellate di banconote. Un trend, quindi, che ha lasciato il paese in una situazione insostenibile e con un’inflazione galoppante.

Per cercare di arginare il problema, che colpiva soprattutto le classi meno abbienti, suo principale bacino elettorale, Chávez ha scelto la formula preferita dei regimi latino-americani: il congelamento dei prezzi. Una decisione che, ovviamente, ha portato ad una scarsità di beni sul mercato, soprattutto quelli di largo consumo, arrivando ai limiti del grottesco con la “carestia di carta igienica” nei supermercati. Quest’anno il Venezuela ha dovuto addirittura importare combustibile dagli Usa – ennesimo paradosso per un paese membro dell’Opec – e con la scarsità di beni sono inevitabilmente arrivati mercato nero, contrabbando e corruzione, peggiorando i già elevati livelli di violenza urbana – Caracas è ufficialmente la città più pericolosa al mondo – e portando, infine, i venezuelani all’esasperazione.

Per meglio comprendere la dimensione del problema basti pensare che nel 2005 il Venezuela aveva il Pil pro-capite più alto in America Latina. Nel 2014 è passato al quinto posto, dietro Cile, Cuba, Uruguay e Panama2.

Si tratta del risultato naturale di un modello di interventismo e controllo statale dell’economia, solo amplificato dal recente andamento del prezzo del greggio. In un paese in difficoltà ciò avrebbe portato ad un mutamento di rotta nelle politiche economiche, una ricerca di appoggi internazionali per finanziare un piano di rilancio e i sussidi necessari per mantenere la stabilità sociale, insieme ad una strategia di recupero della fiducia degli investitori. Cosa che invece non è accaduta in Venezuela.

Nel suo discorso all’Assemblea nazionale, Maduro ha accusato il settore privato di portare avanti una “guerra economica contro il governo” e ha decretato lo “stato di emergenza economica”. Una formula presente nella Costituzione cucita su misura per il regime nel 2009, che si traduce in un sostanziale aumento dei poteri dell’esecutivo e la sospensione di garanzie economiche. Solo che l’Assemblea del 2016 non è più l’assise amica che accoglieva tutti i discorsi del presidente, e ha promesso battaglia. Nelle elezioni di dicembre, infatti, per la prima volta in 17 anni le opposizioni hanno battuto il Partido Socialista Unido de Venezuela (Psuv), conquistando addirittura i 2/3 della camera. Un risultato oltre le aspettative che permette di convocare un referendum sulla permanenza del presidente o di stabilire una Costituente. 

Per cercare di mantenere il controllo sulla macchina statale, Maduro ha dato inizio ad una Blitzkrieg istituzionale e preventiva, con una serie di misure anti-democratiche atte a sterilizzare il risultato elettorale. Un chiaro segnale che mostra come il governo venezuelano non voglia dialogare con le opposizioni e punti al confronto duro.

Il primo passo è stata la decisione della Corte suprema di impugnare le elezioni di tre parlamentari dell’opposizione, cercando di picconare l’ampia maggioranza nell’Assemblea. Decisione che sembrerebbe lecita se non fosse che 13 dei 32 magistrati della Corte sono stati sostituiti da Maduro poco prima delle elezioni, in modo da rafforzare il controllo dell’esecutivo sul giudiziario. Dall’altro lato, il governo ha creato un parlamento parallelo, non eletto e composto solo da chavisti, per svuotare i poteri dell’Assemblea nazionale. E, poco prima della fine del mandato, il precedente congresso ha approvato un bilancio che favorisce gli alleati del governo e una serie di misure che bloccano i licenziamenti dei dipendenti di aziende statali, arrivando a delegare una serie di poteri del legislativo all’esecutivo.

In conclusione, il Venezuela sta vivendo un grave conflitto istituzionale che si somma ad una profonda crisi economica, rischiando di portare il paese al collasso. Heinz Dieterich, ideologo del “socialismo del XXI secolo”, prevedeva che il 2016 sarebbe stato l’anno della battaglia finale tra il governo di Caracas e l’opposizione al regime. Apparentemente, l’ora della verità si sta avvicinando nel conturbato scenario politico venezuelano.

 

1 La produzione di greggio del Venezuela è scesa da 3,3 milioni di barili al giorno nel 2006 a 2,7 milioni nel 2011, e rimasta su questo livello fino al 2014. Fonte: BP Statistical Review del World Energy

2 Fonte: Banca Mondiale

 

Carlo Cauti, giornalista italiano di base a San Paolo del Brasile. Collabora regolarmente con diverse testate italiane e brasiliane.

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