Martedì, 09 Febbraio 2016 11:09

La Moldova fa schifo!

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“La Moldova fa schifo!” Urlano Bruce Willis e John Malkovich nell’ultima scena di Red, film in cui interpretano due spie americane mandate lì a risolvere “un piccolo problema nucleare” e costrette a fuggire

travestite da donna sotto il fuoco dei soldati russi.


La realtà batte sempre la fantasia:l’Associated Press ha rivelato che nel febbraio 2015 la polizia moldova, in collaborazione con l’Fbi, ha sventato un tentativo di vendita di materiale nucleare – cesio o uranio arricchito – sul mercato nero. È il quarto caso in cinque anni, e il gruppo investigativo che ha riportato questo successo per ringraziamento è stato sciolto dalle autorità.


La Moldova, di cui la stampa internazionale parla abitualmente come “del più povero paese d’Europa, stretto come in un sandwich tra Romania e Ucraina”, è forse uno dei posti più insignificanti del pianeta, e non a caso uno dei meno visitati dal turismo internazionale.


Come la vicina Ucraina, parte del suo territorio (la Transnistria) è controllata dai russi, un conflitto congelato sin dal 1992; come l’Ucraina ha un’identità lacerata: persino la maggioranza che parla romeno è indecisa se definirsi apertamente romena o moldova. Come l’Ucraina, è corrotta al midollo.


Carta di Laura Canali


Non metterebbe conto occuparsene, se non stesse a cavallo della grande e sempre più ampia faglia geopolitica che divide Europa e Russia, e se non fosse la piattaforma ideale di ogni sorta di traffico illecito. Buco nero finanziario, ideale per operazioni di riciclaggio; base per il crimine organizzato, il traffico di esseri umani e di organi; punto di partenza di una migrazione incontrollata: in pochi mesi la Moldova è passata dall’essere salutata come success story della Partnership orientale – capace di firmare con l’Unione Europea un Accordo di associazione e di ottenere per i suoi cittadini l’ingresso nell’area Schengen – al venir definita dal segretario generale del Consiglio d’Europa uno “Stato catturato” dall’oligarchia. Non che sia una novità: semplicemente qualcuno comincia ad aprire gli occhi.


Di sicuro, la Moldova non è uno Stato fallito. Anzi, viste le sue modeste ambizioni, dall’indipendenza a oggi è riuscito benissimo: perpetuando un’entità politica priva di una sua ragion d’essere etnica e storica, esso costituisce la base di potere di un’élite banditesca, che usando sapientemente la sua posizione geopolitica ha saputo attirare sostanziosi aiuti e molta indulgenza da parte dell’Europa. Un’indulgenza che adesso potrebbe costare cara alla reputazione dell’Unione e alle sue ambizioni.


La proteiforme coalizione filoeuropea, composta da tre partiti (Democratici, Liberali e Liberal-democratici), alla guida del paese dal 2009, è stata travolta lo scorso anno dalle rivelazioni su una frode che ha portato alla sparizione di 1,5 miliardi di dollari (il 13% del pil) dai tre maggiori istituti di credito del paese: la più grande rapina in banca del secolo. Un’iniezione di liquidità (909 milioni di dollari) di denaro statale per salvarli non ha fatto che aumentare il deficit pubblico, portando alla chiusura di servizi essenziali e al crollo del leu moldovo (-25% in un anno).


Lo scandalo ha suscitato l’indignazione popolare: a partire dal 6 settembre 2015 più di 100 mila persone si sono radunate nella piazza della Grande assemblea nazionale di Chișinău (Piața Marii Adunări Nazionale, da cui l’hashtag #pman). La protesta, poco seguita da un Occidente distratto da altre emergenze, è stata organizzata dalla Piattaforma civica per la dignità e la verità (Demnitatea și Adevăr) pro europea, cui si sono aggiunti il Partito socialista (Psrm) di Igor Dodon e il Partito nostro (Pn) di Renato Usatîi, filorussi.


Alla piazza sono state offerte in sacrificio due teste: il 15 ottobre quella di Vlad Filat (primo ministro dal 2009 al 2013, poi presidente ad interim della Repubblica), privato dell’immunità parlamentare e arrestato con l’accusa di corruzione direttamente nei locali della Camera; poi quella di Valeriu Streleţ, primo ministro per appena tre mesi, costretto da un voto di sfiducia a dimettersi. Nell’arco di due settimane il Partito liberaldemocratico è stato annientato.


La protesta antioligarchica ha segnato paradossalmente il trionfo del maggior oligarca del paese, il miliardario Vlad Plahotniuc, vicepresidente del Partito democratico, dopo essere stato tesoriere di quello comunista (del quale pare abbia prosciugato i conti offshore). Proprietario della terza banca del paese, di mass media, banche e catene alberghiere, oltre che titolare di interessi nel commercio del petrolio, la sua fortuna personale è stimata in 1,7 miliardi di dollari, pari al 24% del pil nazionale. In Romania ha, sotto falso nome, una seconda cittadinanza.


Già nel 2011 Filat lo definiva il «puparo» (păpușár), capace di controllare istituzioni chiave dello Stato da dietro le quinte. Eppure sapeva bene che il patto di coalizione filoeuropeo prevedeva, in un protocollo segreto, la lottizzazione di tutte le maggiori istituzioni pubbliche. A Plahotniuc toccarono gli organi giudiziari – il Consiglio superiore della magistratura, la Corte suprema, la procura generale – e le authorities come il Centro anticorruzione e la Commissione e nazionale per l’integrità, specialiste nella produzione di kompromat. Ora Filat ha tempo di meditare, in galera, sul fatto che l’esistenza di istituzioni indipendenti dai partiti è una garanzia per tutti.


Plahotniuc, rimasto padrone del campo, ha messo insieme un’eterogenea coalizione che va dai liberali agli ex comunisti (tutti uniti dal suo denaro e dalla certezza di essere annientati in caso di elezioni anticipate) e si è candidato a premier. Non riuscendoci, a causa della sua discussa reputazione, ha imposto il nome di un suo uomo, Pavel Filip, che in tutta fretta ha ricevuto la fiducia del parlamento. In piazza è scoppiata nuovamente la protesta.


La nuova coalizione di governo ha ricevuto un importante endorsement: quello di Victoria Nuland, assistente segretario di Stato Usa per gli Affari europei ed euroasiatici, meglio nota per aver esclamato «Fuck the EU!» durante la crisi di Majdan in Ucraina. «La necessità procura strani compagni di letto», dice la quarta legge di Farber. L’Occidente, pur di fermare il ritorno al potere dei filorussi – che hanno già annunciato di voler rivedere l’Accordo di associazione – si è circondato di amici imbarazzanti.

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