Venerdì, 05 Febbraio 2016 13:04

Iraq. Kurdistan, crescere ai tempi di Daesh

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In Iraq, riuscire ad essere lucidi è una sfida quotidiana. Anche e soprattutto tra i banchi di scuola, dietro una cattedra o sul divano di casa, dove si tenta di ricomporri pezzi

di normalità. Un reportage dal Kurdistan iracheno per Gli Asini  del nostro Stefano Nanni.  

 

 

“La strada che avevano organizzato per noi era troppo pericolosa. Quindi abbiamo fatto marcia indietro, risparmiando molti soldi, magari per il prossimo viaggio”.

Sarbast ha detto a Rudaw, uno dei canali di informazione più seguito nel Kurdistan iracheno, che ci riproverà. Germania, Gran Bretagna, in qualsiasi posto. Tenterà ancora una volta il difficile cammino verso l’Europa, insieme a tanti, tantissimi che ogni giorno attraversano il confine di Zakho con la Turchia, nell’estremo nord-occidentale dell’Iraq, per dirigersi verso la Grecia.

Attraversando il mare, per chi non può permettersi cifre troppo elevate – si tratta comunque di 6mila dollari circa – oppure affrontando il più difficile percorso via terra, pagando degli extra per tratti “garantiti” con trasporto e per corrompere qualche funzionario in più tra Bulgaria e Serbia.

Oltra a essere uno di questi tantissimi – i dati latitano: il governo, sia centrale di Baghdad che regionale di Erbil, non intende fornirli e l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati fatica a monitorare la situazione – rifugiati, migranti o profughi, a seconda di come verrano chiamati una volta in Europa e lungo il cammino, Sarbast appartiene a una categoria particolare di persone.

Quella degli insegnanti delle scuole pubbliche, che nel Kurdistan iracheno sono, non per scelta, spesso in prima pagina e tra i titoli dei telegiornali da circa 6 mesi. Tanto dura infatti l’attesa dall’ultimo salario ricevuto, nonostante a ottobre il governo abbia pagato il mese di marzo.

Ma per Sarbast e i colleghi, che il 14 ottobre protestavano di fronte alla sede del Governatorato di Sulaymaniyah, non basta per soddisfare i bisogni propri e delle loro famiglie. “Alcuni di noi stanno facendo credito anche per comprare il cibo”, mentre altri, come Sarbast appunto, lasciano il paese. Circa 1.000 persone dallo scorso giugno, secondo il Dipartimento per l’Educazione di Sulaymaniyah, che hanno deciso di provare a ripartire da zero anziché attendere che i governanti risolvano i problemi.

Ufficialmente, il governo regionale attraversa una seria crisi economica in un momento storico delicato che vede i suoi combattenti affrontare le milizie dell’autoproclamatosi Stato islamico (in arabo, Daesh), e la società a più livelli accogliere e assistere, attraverso varie forme, il milione circa di sfollati che fuggono dalla guerra.

Inoltre, il prezzo del petrolio troppo basso riduce gli introiti delle esportazioni e le dispute con Baghdad sulle questioni finanziarie sono in fase di stallo. “Ma no, i governanti non si preoccuperanno di noi dipendenti pubblici: i loro figli frequentano le scuole private”, chiosa Aras, che come Sarbast non vede l’ora di partire. 

 
Il nonno, Youtube e l’America

In tv su al-Baghdadiya c’è un dibattito sulle proteste in corso da tre mesi nel sud e nel centro dell’Iraq. Zirak, neonato, dorme dentro una culla, la madre Rojan dorme sul letto di fianco e sua nonna, dal divano, veglia su entrambi mentre tesse una coperta e sorseggia un caffé. E’ venerdì sera a casa Saloo, famiglia di 15 persone sfollata da un anno e mezzo circa a Duhok da Bashiqa, cittadina a nord di Mosul, controllata da Daesh.

Mentre qualcuno si riposa in attesa della cena, nella stessa stanza c’è chi studia. Non ci sono tavoli né sedie, ma divani, tappeti, materassi, una connessione Internet, quaderni e penne colorate. Lana, Alyn e Fana (18 anni in 3) scrivono, chiedono e ascoltano. Il nonno da una parte, Youtube dall’altra, da un piccolo tablet che trasmette brevi video animati in inglese. Ripassano l’alfabeto, i numeri fino a 100, e imparano parole nuove, mentre il nonno si cura che anche la base di arabo non venga trascurata.

“E’ bello vederli così interessati e recettivi sull’inglese, ma è importante sapere anche la propria lingua”, precisa Shwan, padre di Fana e zio delle altre due.

Nella scuola primaria del quartiere di Gerybase le bambine hanno ricominciato le lezioni da un mesetto, dopo una pausa estiva più lunga del previsto (da giugno a ottobre) e dopo aver ripreso a studiare soltanto a febbraio. Frequentano il turno serale, il terzo della giornata, in una classe di 35 alunne. Da quest’anno hanno l’UNICEF fornisce anche zaini e materiale scolastico, e contribuisce in parte a spese di manutenzione della scuola. “Ma gli stipendi degli insegnanti no, e questo influisce sui bambini”.

“E’ già stata dura convincerli a tornare a scuola. Da quando siamo arrivati a Duhok erano preoccupati e non volevano separarsi mai dalla famiglia. La nuova realtà, nuova lingua (il curdo, ndr), i ricordi di Bashiqa e le storie dei loro amici che non ci sono più, le immagini quotidiane di violenza in tv... i primi mesi la maggior parte del tempo si passava in casa, e l’umore non era buono”, racconta Shwan.

“Poco a poco la normalità è tornata, o meglio, ci si è abituati alla nuova vita, e per i bambini è anche più facile, per fortuna”.

Hanno ripreso a giocare, a uscire con i nonni, i genitori e gli zii, hanno ricominciato a disegnare fiori, cuori e case, e poi sono tornate a scuola. Come tante altre nella regione curda, e in particolare nella provincia di Duhok, nell’estate del 2014 gli edifici scolastici hanno rappresentato per decine di migliaia di persone prima di tutto un rifugio alternativo alla strada e alle case abbandonate.

La costruzione di campi (16 in tutta la provincia, di tende e prefabbricati) e la decisione del governo di accelerare la ripresa dell’anno scolastico, che in alcuni casi ha comportato anche sgomberi forzati e false promesse, così come le prime opportunità di lavoro colte, hanno contribuito al ritorno della normalità. Per Lana, Alyn e Fana, le più piccole di casa (una nuova casa a due piani, finalmente), tornare a sorridere e aver voglia di giocare è stato più facile, con una famiglia anch’essa più forte. 

“Questo è molto importante: se c’è un clima familiare sereno, a partire dagli adulti, i bambini e i più giovani stanno meglio”, racconta Shwan.

Negli ultimi mesi i suoi fratelli Safar, padre di Lana e Alyn, e Salam, padre di Zirak, hanno trovato lavoro o hanno visto il loro contratto rinnovarsi. Con qualche soldo in più Wafaa ha ripreso i suoi corsi di inglese, e a portare colore e suoni in casa ci hanno pensato due uccellini e ovviamente Zirak.

“Nuova vita in una situazione simile significa resistere, guardare avanti, nonostante tutte le difficoltà”

Anche Ivan, 18 anni, sorride. Il figlio maggiore di Shwan è entusiasta quando parla della sua prossima avventura all’università americana di Sulaymaniyah. L’istituzione privata (dal costo di 700 dollari l’anno, una spesa di gran lunga inferiore agli standard europei, ma importante in Iraq, se paragonata alla gratuità del sistema universitario locale) sorta nel 2007 nelle tre province del Kurdistan, ospita in ciascun polo circa 1.200 studenti ogni anno.

Ivan, che mastica un buon inglese, imparato da autodidatta guardando film e video su Youtube, come buona parte dei suoi coetanei iracheni, si è da poco iscritto alla facoltà di Business and Management, non vede l’ora di iniziare.

“Ci sono tanti studenti, migliorerò il mio inglese, passerò tutto il tempo con gli amici, nel campus: sarà divertente! E poi questa facoltà mi aiuterà a trovare un buon lavoro, spero di fare tanti soldi così da dare sicurezza alla mia famiglia, e chissà, portarla in America”.

Di andare all’università americana, Ivan l’ha deciso ad agosto, dopo che lo zio Salam gli ha assicurato che avrebbe potuto coprire le spese. Prima di allora il suo sogno era quello di diventare un ingegnere, frequentando l’università pubblica di Duhok. Tuttavia, il punteggio ottenuto all’esame finale della scuola secondaria non è stato sufficiente, mentre per l’istituzione accademica di Sulaymaniyah è richiesto solo un test di ingresso generico in inglese.

“E poi avevo voglia di cambiare aria. Qui a Duhok chi non parla curdo non è visto nello stesso modo, e anche se non siamo musulmani non mi sento sicuro in questa città”.

La famiglia Saloo è di origine ezida, confessione zoroastriana che nel tempo ha incluso elementi presi da altre religioni come Cristianesimo, Islam, Induismo ed Ebraismo, e anche altri riti e simboli mistici e naturalistici. Nel corso della loro storia si contano 73 tentativi di genocidio nei loro confronti, e molti di loro sono stati obbligati a convertirsi all’Islam nei territori controllati dall’Impero ottomano. Tra continue fughe e movimenti, la lingua parlata, che in origine è un misto tra kurmanji e badini, rispettivamente i due principali dialetti dei curdi in Siria e in Iraq, è stata influenzata dall’area e la società di residenza.

A Bashiqa, gli ezidi parlano arabo, come tutte le altre minoranze religiose e linguistiche, dal momento che l’area è stata soggetta ad almeno 30 anni di arabizzazione forzata, messa in pratica in particolar modo da Saddam Hussein.

Oggi, nel Kurdistan iracheno, dove soltanto negli ultimi 9 anni si registra una certa stabilità e maggiore sicurezza in termini di persecuzioni nei confronti della minoranza curda e di scontri infra-curdi (si veda la guerra civile interna 1992-1996), si registra una tendenza opposta, parallelamente all’accoglienza degli sfollati interni dal resto del paese e di rifugiati dalla Siria. Per fronteggiare la crisi economica in corso il governo ha imposto norme restrittive sul lavoro, a difesa della manodopera locale e per limitare l’impiego proprio di sfollati e rifugiati.

Una politica di “curdizzazione”, inoltre, si declina anche in azioni più serie quando si passa al piano militare, con limitazioni ai movimenti all’interno della regione per gli arabi sunniti e distruzioni ingiustificate di interi villaggi di simile etnia nelle aree liberate.

 
La matematica su Facebook

Di rientro da Sulaymaniyah, dove Ivan e Salam hanno finalizzato le pratiche burocratiche per l’iscrizione all’università, c’è un clima di festa a casa Saloo.

Le donne hanno preparato il bryani, piatto tipico del nord Iraq a base di riso, mandorle tostate e pollo, che insieme a semi di girasole, olive, verdure crude birra e whisky, accompagnano un’ottima cena.

Le bambine giocano, gli uccelli volano da una parte all’altra dei divani, e la tv, sempre accesa, alterna scene di guerra e aggiornamenti sulle proteste. Tutti sono felici per Ivan e per la sua nuova vita, tranne il padre.

“Non lo sono affatto, non condivido la sua scelta. Avrebbe dovuto impegnarsi di più a scuola, studiare di più per l’esame finale e non seguire la ‘moda’.” Ha lo sguardo severo Shwan, più del solito. Insegnante e supervisore scolastico di matematica nella provincia di Ninive, alla quale appartiene Bashiqa, dal 2004, oggi è uno dei tanti dipendenti pubblici senza stipendio da mesi.

Se potesse, lui, appartenente a una famiglia di militanti del Partito comunista iracheno, scenderebbe in piazza come hanno fatto Sarbast e Aras a Sulaymaniyah, ma qui a Duhok il contesto più controllato non lo consente. Dopo le dimostrazioni del 12 ottobre scorso, e la conseguente decisione del presidente Massoud Barzani di ‘sostituire’ in Parlamento i rappresentanti di un partito a lui avverso, in tutta la regione sono stati eseguiti arresti a tappeto, volti piuttosto a intimidire.

“In Iraq conviene fare, anziché protestare”, dice, e fa, essendo lui un uomo di poche parole. 

Da quando è arrivato a Duhok, un anno e mezzo fa, Shwan si è rimboccato subito le mani. Già a settembre 2014 ha contattato alcuni suoi colleghi e studenti delle scuole di Bashiqa e organizzato una riunione in un giardino. Poi un secondo, un terzo, un quarto incontro, e per circa due mesi alcune lezioni sono state condotte in questo modo, a volte all’aperto, a volte ospitati in abitazioni private.

L’obiettivo era quello di non far perdere gli anni scolastici agli studenti, soprattutto ai frequentanti dell’ultimo anno. Non fermarsi, andare avanti nonostante le violenze, la perdita di case, soldi, averi, e soprattutto persone care.

A gennaio il governo regionale si è accorto di loro, grazie anche alle continue e dirette richieste di supporto. Difficile ottenere fondi, aule ed edifici: la priorità, a livello economico, è stata data ai campi per sfollati, con scuole costruite su tende e prefabbricati. Tuttavia, è nell’area urbana che si concentra la maggior parte dei rifugiati interni, e tornare a scuola è stato ed è tutt’ora non facile: il doppio curriculum (arabo e curdo) è disponibile, oltre che nei campi, soltanto in pochi istituti.

Secondo Shwan, “non è una questione politica o linguistica: si tratta di dare la possibilità alle persone di proseguire un percorso normale di educazione”.

Shwan e i suoi colleghi hanno ottenuto il permesso di fare lezioni a distanza e di utilizzare centri o tende dei campi e delle municipalità per permettere ai loro studenti di sostenere gli esami, autorizzati sia dal governo di Erbil che di Baghdad. “In queste condizioni i bambini e i giovani perdono la loro creatività, il loro entusiasmo e la voglia di fare. Non vedo più, neanche nei miei figli, la fame di imparare. Tra tutti gli studenti che incontro sono pochissimi quelli che leggono, che hanno voglia di scoprire cose nuove”.

La politica, il governo, ma gli stessi insegnanti, per Shwan non fanno abbastanza: “siamo noi adulti i responsabili del loro presente e del loro futuro. Se i nostri figli non si sentono apprezzati dal loro paese e non vedono l’ora di lasciarlo, ignorando l’etica, le regole, sentendosi cittadini di ‘serie B’ e continuando a ripetere gli stessi errori del passato, condannando le differenze di religione e di identità, allora vuol dire che abbiamo fallito tutti”.

L’ultima settimana di ottobre Shwan l’ha passata per lo più a Zakho, nel campo per sfollati di Chammishku, dove vivono circa 30mila persone. In una grande tenda detta “di comunità”, utilizzata per eventi o per distribuzioni di aiuti, si sono tenuti gli esami per alcuni studenti.

Un giorno non c’erano neanche i banchi e le sedie, perché servivano alla scuola del campo per un’attività già programmata: i ragazzi hanno lavorato per terra. “Che vita è questa?”, si chiede l’insegnante. “Andare a scuola dovrebbe essere una cosa bella! E’ normale allora disegnare persone morte, bombe, barconi in mare, fare incubi di notte e sognare vagamente l’Europa o l’America come unica prospettiva di vita".

"Non ce l’ho con mio figlio perché ha scelto di studiare Economia. Ce l’ho con lui perché mi sembra voglia smettere di lottare, di impegnarsi”.

Quando non lavora, spesso di sera, Shwan pubblica le sue lezioni di matematica su Facebook. Semplicemente, posiziona il suo telefonino sul primo banco di fronte alla lavagna e inizia a riprendere.

Quando pubblica il post scrive anche un testo di spiegazione. “All’inizio mi seguivano soltanto gli studenti con cui abbiamo ripreso le lezioni, per ripassare quanto fatto durante la giornata, mentre oggi sono oltre 500 gli utenti che commentano, seguono e mi pongono domande, pubblicamente o tramite messaggio privato. Non solo in Kurdistan, ma anche da Baghdad, Bassora, Najaf (città al centro e sud dell’Iraq, ndr)"

Non è un grande consumatore dei social media, ammette, ma da quando ha scoperto che in questo modo può diffondere la conoscenza della matematica e aiutare qualcuno gratuitamente ci ha preso gusto.

“Perché lo faccio? Perché nonostante tutto ho ancora voglia di combattere il terrorismo tramite il sapere, la pace, l’amore per gli studenti e i miei figli. Se posso, voglio contribuire a non fare sentire soli i giovani, vorrei far capire loro che esiste ancora un po’ di umanità”.

 

Cercare normalità

Crescere a Erbil, come a Duhok, Sulaymaniyah, Baghdad, e altrove in Iraq, significa anche questo. La difficoltà e le speranze di Lana, Alyn, Fana, Wafaa, Ivan, Shwan, così come Sarbast e Aras, sono simili a quelle di tante altre persone che vivono in un complesso contesto di guerra, sviluppo e tensioni sociali.

Non è solo la vita dei rifugiati ad essere difficile. Se è vero che in Kurdistan la violenza è stata meno presente negli ultimi 10 anni, è altrettanto vero che i problemi del passato e le dinamiche presenti influiscono ancora oggi.

Ne sanno qualcosa il dottor Karzan e il dottor Wahid, psichiatra il primo, psicologo il secondo, che da anni lavorano per supportare cittadini locali, rifugiati siriani e sfollati interni iracheni nella loro ricerca della normalità. Entrambi lavorano, il primo ad Erbil e il secondo a Duhok, con il ministero della Salute e collaborano da qualche anno con Un ponte per..., nell’ambito dei suoi programmi di sostegno psico-sociale nella regione.

Nello specifico, due progetti, Ibtisam e Ahlain (“sorriso” e “benvenuto”, in arabo), portati avanti in alcune scuole e in appositi centri nei campi, si rivolgono a operatori sociali, insegnanti, genitori e bambini, riunendoli e formando ciò che tecnicamente viene definito “gruppo di resilienza”.

In gergo, spiega il dottor Karzan, padre di 3 bambine e un ragazzino, laureato in psichiatria generale all’università di Baghdad, “si tratta di aiutare le persone a riprendere e sviluppare le loro capacità di reazione alle avversità”.

“Parliamoci chiaro: qui la vita è un disastro. Non solo chi fugge dalla guerra soffre di disturbi post-traumatici da stress, per cause che ormai conosciamo tutti ed è noioso elencare. Ma anche la vita normale qui è stressante: i conflitti interni tra curdi sono ripresi da poco e dimostrano di non essere mai finiti; la religione che per quanto sia meno visibile rispetto ad altri contesti ‘islamici’ influisce comunque nel modo di vestire, parlare e comportarsi; i servizi di base come acqua ed elettricità che mancano nonostante i grattacieli; il lavoro che non si trova e le disparità tra pubblico e privato".

"Insomma: riuscire ad essere lucidi è una sfida quotidiana”.

Parla, Karzan, intervallando battute ed esposizione di concetti seri, senza perdere il filo del discorso. Avere sempre il sorriso, dice, è un dono prezioso che i suoi genitori gli hanno insegnato e che spera di conservare sempre. “Se posso, quando ci riesco, provo ad usarlo anche nel mio lavoro”. Che consiste prima di tutto nell’ascoltare, nel discutere e suggerire dai più semplici ai più articolati passi da mettere in pratica quotidianamente. Lo si fa sia da soli che, appunto, in gruppo.

“Occorre ricostruire quell’ambiente necessario di cui tutti abbiamo bisogno in quanto animali sociali. La nostra serenità dipende da noi tanto quanto da chi ci circonda”. 

Il dottor Wahid opera similmente a Duhok. Più esperto, con più anni di lavoro alle spalle, si occupa principalmente di sostenere donne affette da problemi psico-sociali. Questi possono variare dai più ‘piccoli’, come tradimenti coniugali, a casi ben più seri di violenza domestica, stupri e molestie a più livelli.

“Quasi sempre però il problema siamo noi uomini, c’è poco da fare”, afferma con franchezza e sorriso. Anche lui fa dell’ironia la carta vincente della sua professione, acquisita e consolidata durante le sue esperienze in Russia, Svezia e Baghdad.

E anche lui preferisce lavorare in gruppo. “Ti permette di creare dibattito, di suscitare domande e di non far sentire solo qualcuno in particolare quando viene chiamato in causa da un problema specifico”. 

Al di là dei sorrisi, sia Karzan che Wahid in realtà sono profondamente realisti. Sanno e constatano giorno dopo giorno che la voglia di mollare tutto e di rischiare la vita per ricostruire tutto da capo è un gesto istintivo troppo diffuso.

Il primo, inoltre, ammette di pensarci ogni tanto, anche per se stesso: sua figlia malata ha bisogno di cure non disponibili in Iraq, e questo potrebbe rappresentare una svolta per la sua vita.

Wahid no: lui a lasciare il “maledetto bellissimo paese” in cui é cresciuto non ci pensa affatto. “Ma se devo essere onesto non vedo molte speranze: l’Iraq continua ad essere uno Stato dalle potenzialità fortissime, ma i nostri politici e i religiosi sembrano volere non cambiare mai e rispondere sempre agli interessi dei potenti del mondo”. 

“E’ assurdo, perché vedo che non si impara dagli errori. Non si cresce così, al massimo si torna indietro. E, al massimo, quando ci si riesce, si sopravvive”. 

 

 

*L'articolo è stato pubblicato originariamente sulla rivista bimestrale cartacea "Gli Asini", con il titolo "Crescere a Erbil" (n.30, Anno V, Novembre/Dicembre 2015). Si ringraziano gli editori, e in particolare Nicola Villa, per la gentile concessione alla ripubblicazione.  

 

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