Venerdì, 05 Febbraio 2016 14:02

La Cina merita lo status di “economia di mercato”? L’Ue è divisa

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Iniziano oggi le discussioni tra i ministri del Commercio dell’Ue sulla concessione alla Cina dello status di economia di mercato. La decisione della Commissione, che richiede l’unanimità, è attesa per l’estate.


La battaglia è di sostanza, non di principio. In ballo ci sono i rapporti commerciali tra due delle maggiori economie del pianeta – Cina e Ue – e le loro prospettive, al momento non troppo rosee. La Cina gioca in attacco, l’Ue in difesa. Entrambe determinate a far valere le loro ragioni.


Quelle di Pechino: nel 2016 scade il termine per decretare la concessione alla Cina dello “status di economia di mercato”, cui l’Impero del Centro ritiene di aver diritto dopo l’ammissione (dicembre 2001) nell’Organizzazione mondiale del commercio.


La conseguente eliminazione delle residue barriere all’interscambio, tra cui le numerose misure antidumping (concorrenza sleale) oggi in vigore da parte europea, aiuterebbe la Cina a risollevare il suo export. Ciò a sua volta darebbe ossigeno a un’industria nazionale ancora in gran parte orientata all’esterno (malgrado la complessa transizione verso i consumi domestici avviata dal presidente Xi) e afflitta da un cronico eccesso di capacità produttiva.


Le ragioni dell’Europa: se cadono le suddette barriere, l’industria europea più esposta alla concorrenza “sleale” del gigante asiatico verrà spazzata via da una marea di merci ingiustamente competitive, perché più o meno sostenute dallo Stato in quell’ibrido di capitalismo e iper-dirigismo che resta l’economia cinese. Ergo: Pechino non merita la patente di economia matura.


L’Europa, come di consueto, arriva all’appuntamento divisa. Per la promozione di Pechino sono schierati Regno Unito, paesi nordici e Olanda; contro l’Italia e la Francia, oltre a Spagna, Portogallo e Irlanda. Tutti paesi che, secondo un rapporto della Commissione, hanno più da perdere dall’ulteriore apertura alle merci cinesi.


Dei 234 mila posti di lavoro europei (quasi 350 mila con l’indotto) tutelati nel 2015 dalle 53 misure antidumping comunitarie verso la Cina, quasi l’80% sono in Italia, Spagna, Francia, Portogallo, Polonia e Germania. La posizione di quest’ultima risulterà dunque cruciale per spostare gli equilibri, posto che comunque la decisione richiede l’unanimità. I settori più esposti alla concorrenza cinese sono la ceramica, la siderurgia, la chimica, i pannelli solari e i biocarburanti.


Un recente rapporto dell’Economic Policy Institute quantifica tra 1,7 e 3,5 milioni gli impieghi europei a rischio, con l’eventuale perdita di 228 miliardi (2%) di pil comunitario.


Questo studio e gli altri che l’hanno preceduto sono rilanciati da varie associazioni europee degli industriali. Le quali sostengono inoltre che la concessione del controverso status creerebbe una disparità rispetto a Stati Uniti e Giappone (più protetti) e potrebbe dunque nuocere alle prospettive della Trans-Atlantic Trade and Investment Partnership (Ttip), il trattato di libero scambio attualmente in fase di negoziazione tra Usa e Ue.

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