Venerdì, 05 Febbraio 2016 14:01

La carta nucleare di al-Sisi: tra sicurezza energetica e ambizioni regionali

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Il 19 novembre – alla presenza del Presidente Abdel Fattah al-Sisi – Sergei Kiriyenko, direttore di Rosatom State Atomic Energy Corporation, azienda statale russa specializzata nel settore nucleare, ed il ministro dell’elettricità e

delle energie rinnovabili egiziano, Mohamed Shaker, hanno firmato due accordi intergovernativi per il finanziamento e la costruzione, entro il 2022, di una centrale nucleare– la prima nel paese nordafricano – con quattro reattori della potenza di 1.200 megawatt ciascuno. L’inizio dei lavori è previsto per gennaio 2016. La centrale sorgerà nella città Nord-occidentale di El Dabaa, sulla costa mediterranea, 150 chilometri a Ovest di Alessandria.

Giunto a circa sei mesi di distanza dall’accordo iraniano, l’annuncio – oltre a riaccendere la discussione concernente la proliferazione nucleare – rappresenta un altro tassello nell’intesa avviata tra il Presidente al-Sisi e il suo omologo Putin che si sostanzia in una cooperazione nel settore economico, energetico, militare, nonché in una comune lotta e avversione alla minaccia terroristica, in particolare all’indomani dell’abbattimento del volo di linea russo sul Sinai.

La ritrovata presenza regionale della Russia da una parte e le ambizioni dell’Egitto di affermarsi come attore stabile e credibile in una regione dalla crescente incertezza dall’altra trovano, tuttavia, un ostacolo nelle agende politiche dei paesi del Golfo. Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti (EAU), nella fase post-restaurazione egiziana, hanno supportato (e supportano) il paese finanziando il dissestato bilancio statale. In particolare la monarchia saudita ha criticato il recente intervento militare russo in Siria a sostegno del regime di Bashar al-Assad, alleato dell’Iran, principale rivale geopolitico di Riyadh.

Non solo diversificazione energetica

Lo sviluppo di un programma civile nucleare rientra nel più ampio disegno di al-Sisi di far riconquistare al paese il ruolo di potenza regionale, perduto a seguito della caduta del regime di Hosni Mubarak nel 2011 e dei disordini successivi. L’Egitto, infatti, con una popolazione di circa 90 milioni di abitanti ed un crescente fabbisogno sta cercando di diversificare le sue fonti di approvvigionamento energetico2.

L’utilizzo di energia nucleare, quindi, allevierebbe il paese dalle continue carenze di energia elettrica e dai passati blackout, aiutando il Cairo a superare la più grave crisi energetica degli ultimi dieci anni, diminuendo al contempo l’import di gas liquefatto e petrolio e, di conseguenza, la dipendenza dall’estero. La scoperta da parte di Eni del giacimento di Zohr – e la sua imminente messa in produzione – potrebbe far ritornare l’Egitto al suo ruolo di esportatore di gas regionale, dopo l’inversione di tendenza del 2012.

Il programma atomico egiziano fu lanciato tra il 1954 e il 19613 quando Gamal Abdel Nasser acquistò dall’Unione Sovietica un primo reattore nucleare, aperto a Inchass, nel delta del Nilo. Le ambizioni nucleari, tuttavia, vennero meno in seguito alla sconfitta del 1967 nella “Guerra dei Sei giorni”. Nonostante la firma (1968) e la ratifica (1981), sotto Sadat, del Trattato di Non Proliferazione Nucleare (TNP), l’Egitto non abbandonò mai il sogno a lungo accarezzato di un programma a energia nucleare: negli anni Ottanta infatti venne presa in considerazione la possibilità di costruire una centrale nucleare a El Dabaa, ma, dopo il disastro di Chernobyl (1986), i piani vennero congelati. Solo nel 2006, l’ex Presidente Hosni Mubarak dichiarò di voler riportare in auge il progetto, ma a causa della Primavera Araba, questo venne nuovamente accantonato. Con l’avvento di al-Sisi il desiderio di un piano nucleare fa il suo ritorno sulla scena politica: nel febbraio 2015, infatti, viene firmato un memorandum di intesa con la Russia per la cooperazione in tale materia.

L’ex Generale potrebbe quindi giocare la carta nucleare sia per entrare nel ristretto “club” atomico sia per acquisire, dopo l’allargamento del canale di Suez, notevole prestigio: sul piano interno, andando a puntellare il consenso di fronte al malessere e instabilità crescenti; sul piano esterno, assumendo una credibile leadership nel mondo arabo e negoziando da una posizione più favorevole con i partner del Golfo, dal canto loro desiderosi di coinvolgere maggiormente l’Egitto in Yemen e in Siria, in cambio di sostegno monetario.

Proliferazione regionale

La sfida che si presenta davanti all’attuale Presidente della Repubblica trova molti critici, Israele in primis. Secondo il ministro della difesa Moshe Ya’alon, l’accordo russo-egiziano, dopo il precedente iraniano, potrebbe aprire in Medio Oriente una corsa agli armamenti nucleari con il rischio di modificare lo status quo attuale: nonostante la ratifica del TNP, gli Stati della regione vorranno recuperare svantaggio su Teheran, chiedendo stessi “diritti”.

L’acquisizione da parte di uno Stato mediorientale di armamenti nucleari è stata sempre osteggiata dal governo israeliano, rappresentando un continuum nelle scelte di politica estera. Tuttavia, fu proprio Israele, tramite l’istituzione della Commissione per l’energia atomica nel 1952 sotto Ben Gurion, grazie anche all’appoggio franco-statunitense, a lanciare nei pressi della città di Dimora il primo programma nucleare della regione. Questo, infatti, avrebbe dovuto essere garanzia di deterrenza nei confronti dell’Egitto di Nasser e della minaccia panaraba (poi divenuta irachena, con Saddam, e infine iraniana). L’ambiguità di fondo che contraddistingue il nucleare israeliano – lo Stato non è parte del TNP e rimane ad oggi sconosciuta l’esatta capacità offensiva militare – ha condizionato e condiziona l’assetto nucleare della regione.

Tra le altre potenze del Vicino Oriente alle prese con propri piani nucleari spiccano Arabia Saudita, Giordania e EAU. L’Arabia Saudita, infatti, si trova nelle fasi preliminari di progettazione per la creazione di una propria capacità nucleare grazie all’acquisto di reattori nucleari per 12 miliardi di dollari dall’azienda statale francese Areva. Inoltre, già nel 2012, l’Arabia Saudita aveva annunciato un accordo con cinque paesi, Russia compresa, per la costruzione di sedici reattori nel corso dei prossimi decenni, con l’obiettivo di fornire il 15% dell’energia elettrica del paese entro il 2032. Anche in questo caso, i desideri energetici si adattano alla veste geopolitica e alle ambizioni di un paese che si vede come leader strategico del mondo arabo. Tuttavia, il recente crollo del prezzo del petrolio e i problemi economici che affliggono le casse saudite potrebbero rappresentare un problema per l’intenzione del governo di sostenere un programma di nuclear-building.

Anche la Giordania, che deve far fronte alla crescente domanda di energia, si sta orientando verso l’ipotesi nucleare – causa interruzione prolungata di rifornimenti di petrolio dall’Iraq e di gas naturale dall’Egitto. Il paese, importatore di circa il 97% dell’energia che consuma, ha firmato, nel marzo 2015 un accordo dal valore di 10 miliardi di dollari con Rosatom per la costruzione di due reattori nucleari, il primo dei quali entrerà in esercizio nel 2024 mentre il secondo nel 2026. Dal canto loro, gli EAU, per voce del loro ambasciatore a Washington Yousef Al Otaiba, hanno espresso riserve circa la possibilità di arricchire uranio in modo autonomo. La loro politica nucleare, promossa dal Dipartimento di Stato degli Stati Uniti come modello di non proliferazione nella regione, si basa infatti sul rispetto delle norme dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA), sulla trasparenza e sull’acquisto di combustibile direttamente dal mercato internazionale. In aggiunta, il paese del Golfo sta cooperando con la Corea del Sud per la costruzione di quattro reattori a energia nucleare, che dovrebbero entrare in funzione tra il 2017-2020, così da soddisfare, secondo previsioni, un quarto del fabbisogno di elettricità del paese.

Conclusioni

L’assistenza nucleare richiesta alla Russia è un chiaro segnale che l’Egitto manda agli Stati Uniti, intenzionati invece a mantenere un Medio Oriente denuclearizzato. Il proposito di Washington sembra essere di difficile realizzazione, anche alla luce dell’accordo iraniano, dimostrazione “evidente” per le classi dirigenti arabe di ammissibilità di programmi nucleari. L’Egitto si è dimostrato favorevole a concludere un programma pacifico e ciò trova conferma anche nelle parole del Presidente al-Sisi, il quale ha sottolineato come il possesso di un programma nucleare a fini pacifici per produrre energia elettrica sia «un obiettivo perseguito da tempo. Un sogno rimasto in sospeso per molti anni e di cui oggi, grazie a Dio, stiamo realizzando il primo step che lo renda possibile».

Tuttavia, nonostante i dichiarati intenti di uso pacifico del nucleare, Mosca potrebbe convincere il Cairo, in un lontano futuro, ad arricchire il proprio uranio per scopi bellici senza violare, almeno per un periodo iniziale, i confini legali dei propri impegni di non-proliferazione. Da parte sua, è probabile che Washington eserciterà pressioni sull’esercito egiziano al fine di far rispettare le disposizioni del TNP, anche se tra le gerarchie militari del paese serpeggia malcontento e una certa diffidenza nei confronti dell’alleato tradizionale per il supporto iniziale dato ai Fratelli Musulmani.

La volontà di Mosca di cooperare con i Paesi del Vicino Oriente nel mercato nucleare civile è chiaramente divenuta più forte. Questo modo di agire, oltre a far superare le difficoltà di bilancio statale attraverso la vendita di know-how, potrà servire gli obiettivi russi nella regione e nel teatro globale, garantendo un’ulteriore “arma” a disposizione del Cremlino. L’energia nucleare è sempre più sentita come una necessità strategica sia per Stati importatori di idrocarburi come l’Egitto e la Giordania, in quanto garanzia di una maggiore sicurezza energetica, sia per Stati ricchi di petrolio come l’Arabia Saudita e, in misura minore, gli Emirati Arabi Uniti, energivori e desiderosi di diversificare il proprio mix energetico, mantenendo quanto più petrolio possibile disponibile per l’esportazione.

Se nel lungo periodo la situazione resta incerta, solo una cosa sembra essere chiara: di fronte all’instabilità regionale, il programma nucleare voluto da al-Sisi potrebbe aiutare l’Egitto a ritrovare la propria posizione e influenza nel quadrante mediorientale.

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