Venerdì, 05 Febbraio 2016 14:01

Kurdistan. Meglio autonomi nell’Iraq che colonia indipendente della Turchia

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di Mario Sommossa

La crisi finanziaria curda è cominciata prima dello scoppio della guerra contro l’ISIS ed è stata originata da una diversa interpretazione del dettato costituzionale iracheno che,

secondo i curdi, dava a loro la titolarità dei pozzi di gas e petrolio scoperti in seguito alla nascita del nuovo Iraq nel 2003.
Naturalmente Baghdad la pensa diversamente e ritiene che tutte le risorse energetiche nel territorio dello Stato debbano essere gestite interamente dall’Autorità Centrale. Il problema non è economico poiché, comunque, i curdi han sempre dichiarato, in linea di principio, di voler trattenere per sé solamente il dovuto 17 per cento degli utili.
Nel gennaio 2014 si raggiunse un temporaneo accordo, perfezionato alcuni mesi dopo, che prevedeva che il Governo Regionale Curdo (KRG) avrebbe contribuito direttamente con 250mila barili al giorno e altri 300mila ricavati dai pozzi di Kirkuk, controllati dai peshmerga dopo averli sottratti all’ISIS, sarebbero stati venduti dalla statale SOMO (State Oil Marketing Organization). In cambio, Baghdad avrebbe confermato l’erogazione del 17 per cento del budget federale più un altro milione di dollari per il salario dei peshmerga. Purtroppo l’accordo durò poco perché Baghdad accusò ben presto i curdi di non rispettare le quantità previste mentre i curdi accusavano Baghdad di non versare loro le somme promesse.
Ci fu allora uno scambio di diffide, smentite e anche minacce reciproche, con la conseguenza che Erbil finì col sospendere del tutto la consegna di petrolio alla Società statale e la capitale smise di versare anche un solo dollaro al Governo regionale.
Considerato che oggi il ricavato di gas e petrolio venduti direttamente dal KRG costituisce mediamente l’80% delle entrate della Regione e che il basso prezzo del barile rende tale ammontare del tutto insufficiente, le ricadute politiche della situazione possono diventare ancora più gravi di quelle finanziarie.
Contrasti ogni giorno più profondi tra i vari partiti curdi e disagio sociale sono sempre più frequenti e l’eccezionale rinascita economica, culturale e politica vista dopo la caduta di Saddam Hussein sembra solo un lontano ricordo.
È forse per questa situazione che si cerca di recuperare l’unità interna enfatizzando mai sopiti sentimenti etnico — nazionalisti.
Proprio la scorsa settimana, il presidente Massoud Barzani, in un’intervista al Guardian di Londra, ha dichiarato che i confini fissati dalla Sykes — Picott sono ormai superati e che i curdi non hanno altra scelta che realizzare il loro sogno ancestrale di diventare uno Stato indipendente.
Inoltre, in una riunione di pochi giorni fa con i rappresentanti di tutti i partiti curdo iracheni, il presidente ha richiamato all’unità tutte le forze politiche in vista del referendum sull’indipendenza previsto tenersi il primo luglio prossimo. Lo stesso concetto e le stesse intenzioni sono state riproposte nei recenti incontri con i rappresentanti di Usa ed Eu. Per dare maggiore forza alle sue argomentazioni e fugare possibili dubbi negli interlocutori, Barzani ha voluto sottolineare come un Kurdistan indipendente costituisca un fattore di stabilità per tutta la regione, come lo dimostrerebbero la democrazia interna e l’assenza di ogni forma d’intolleranza religiosa. Mettendo le mani avanti, ha anche aggiunto che Erbil non ha alcuna intenzione di “disturbare” la realtà statuale dei Paesi vicini.
Peccato che la modifica dei confini medio orientali sia oggi percepita come fumo negli occhi da tutti i Paesi dell’area poiché tutti, chi più chi meno, contengono al loro interno un’amalgama di diverse etnie e il cambiamento di un solo confine su base etnica potrebbe innescare una valanga di uguali pretese in ogni Stato esistente. Si trovano in questa situazione non solo la Turchia, la Siria e l’Iran, ove sono presenti importanti minoranze curde, ma anche altri Paesi con altre etnie minoritarie quali l’Azerbaijan, l’Afganistan, il Pakistan, l’India e alcuni dei Paesi del Golfo, senza contare l’Ucraina, Romania e la Bulgaria, per citarne alcuni. Non è forse un caso che, durante un incontro a Budapest, chi ha appoggiato le parole di Barzani sia stato proprio il presidente ungherese Victor Orban che, pensando forse agli ungheresi che vivono in Romania e Slovacchia, ha affermato che il suo Paese “appoggia quelle nazioni che si battono per la loro indipendenza”.
Certamente non è per nulla assodato che i confini decisi dai poteri coloniali un secolo fa riescano a sopravvivere a quanto sta succedendo in Siria e in Iraq e, forse, è contando sulla diffusa simpatia suscitata dal valore e dall’importanza dei peshmerga nelle guerre in corso contro l’ISIS che Barzani pensa che “il momento dell’indipendenza sia ormai giunto”. Tuttavia, per i motivi suddetti, non è certo facile per Erbil raccogliere consensi in questa direzione.
Probabilmente è per questa ragione che, in un possibile gioco delle parti, il primo ministro Nechirvan Barzani, parlando ai rappresentanti dell’Unione Europea, ha dichiarato che i risultati del prossimo referendum saranno sottoposti all’attenzione di Baghdad e che con il Governo della capitale si aprirà soltanto una “pacifica discussione”.
Il presidente Massoud Barzani ha dimostrato in tutti questi anni di essere tutt’altro che un esaltato e di comprendere chiaramente le difficoltà geo-politiche che ostano alla realizzazione del legittimo sogno curdo per l’indipendenza e questo può far pensare che, sia il referendum sia i proclami nazionalisti, costituiscano piuttosto uno strumento negoziale con Baghdad che una netta decisione politica.
D’altra parte, che vantaggio ci sarebbe per Erbil passare dall’essere parzialmente dipendente da Baghdad a diventare completamente succubi ai voleri di Ankara? Perché di questo si tratta: un Kurdistan indipendente in rotta con l’Iraq potrebbe sopravvivere solamente grazie al transito attraverso la Turchia di tutte le merci in entrata e in uscita dalla Regione, ivi compresi gas e petrolio. Ciò significa che Erbil non potrà avere con Ankara alcun potere contrattuale, rimanendo in balia di qualunque desiderata arrivasse dall’ex potenza ottomana.
È pur vero che il persistere di cattive relazioni russo-turche e la recente decisione di Gazprom di annullare ogni sconto alle forniture di gas verso la Turchia, rende Ankara più bisognosa del gas curdo, ma ciò non toglie che un Paese di ottanta milioni di abitanti e con importante peso economico abbia, oltre alla possibilità di fare altre scelte, la forza di imporre a Erbil condizioni che non potranno essere rifiutate. In altre parole, un Kurdistan slegato da Baghdad non può che necessariamente diventare una “colonia” turca.
Il rapporto con Baghdad non è certo semplice e l’esperienza fatta con le mire accentratrici e dittatoriali di Nouri al-Maliki non lascia pensare a nulla di buono. Tuttavia, l’attuale primo ministro Haidar al-Abadi ha mostrato un diverso approccio e anche il ministro del petrolio in carica sembra essere molto più collaborativo di quanto lo fosse stato nel passato Hussein al-Sharistani. Probabilmente, anche per superare il baratro finanziario in cui versa il Governo regionale, è interesse di entrambi riprendere su nuove basi e con pari dignità i negoziati con il Governo Centrale. D’altra parte, è sempre meglio essere veramente autonomi che indipendenti solo formalmente.

Su gentile concessione dell’autore, pubblicato originariamente su Sputnik Italia.

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